Giuseppe “Peppino" Casadio Loreti (Rione Montagnola)

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"La Carrera è nata dalla passione per i carrioli, piccole macchinine con le ruote che si usavano dietro ai palazzi, in discesa. Ricordo che io e mio cugino Cesare nei giorni di forte vento, scendevamo dal cimitero con un carretto "a vela", che era poi un pesante ombrellone... Nonostante le buche dovute alla guerra ed al passaggio dei carri armati, riuscivamo ad arrivare sino al molino Viaggi (all’inizio di via dei Mille). Il merito di aver inventato la Carrera va dato a Medardo Manara, che personalmente mi ha spiegato come nacque l’idea. Manara negli anni ’50 scriveva qualche articolo per il Resto del Carlino, abitava a Castello e poi si trasferì a Faenza. Faceva parte del Comitato festeggiamenti, della sagra castellana "della braciola" ed un bel giorno pensò di organizzare una corsa di macchine a spinta nel centro di Castello. La chiamò "Carrera", perchè allora si correva in Sudamerica la famosa Carrera di auto e moto.

Il primo anno (1954) la Carrera partì da piazza XX Settembre ed anziché voltare verso via dei Mille, si curvava subito per infilare il Cassero e ritornare in piazza, con due soli uomini d’equipaggio (che si alternavano a guidare e spingere). Nel 1955 la partenza fu data da piazza Acquaderni, si attraversava piazza XX Settembre e poi s’infilava via Ugo Bassi e via dei Mille, andando verso il Borgo, come adesso.

Nel ritornare verso l’arrivo però, fu fatto un “otto", attraversando nuovamente la piazza del Comune ed infilando via Manzoni al rovescio, cioè in salita, quindi via Matteotti al rovescio, cioè in discesa (l’arrivo era davanti alla farmacia comunale). Dal 1956 si è poi corso sul circuito classico, però l’equipaggio era di quattro elementi: il pilota e tre spingitori".

 

"L’entusiasmo fu incredibile e subito decidemmo di partecipare alla Carrera. L’agonismo? Ci fu sin dall`inizio, altro che storie. C’erano le macchine per la corsa ed anche i carri, diciamo, folcloristici. Confesso che noi facemmo di tutto per vincere già nelle prime edizioni, ma la Bianca per tre anni di fila dettò legge. Però la prima edizione la stavano per vincere Calzolari e Savini, che, nell’ultima curva, ruppero una ruota, dove c’era l’edicola dei giornali. La Bianca riuscì a schivare la macchina incidentata, mentre noi che eravamo incollati alla macchina di Piana, rompemmo una ruota. Nel 1957 riuscimmo finalmente a battere la scuderia Piana che, dopo la prima sconfitta, si ritirò dalla Carrera..." “Io e mio cugino Cesare eravamo dipendenti dell’officina Roncaglia, il quale ci regalò il materiale per costruire le prime macchinine, tutta roba vecchia o di scarto, mentre a saldarla ci pensò Gianni Bedosti. La nostra prima macchinina vinse il premio “la più bella", ma andava piano, troppo piano, tanto che dovevamo spingerla anche in discesa. Ricordo che in quegli anni si correva in due: uno guidava e l’altro spingeva e ci si poteva dare il cambio. Una fatica incredibile!".

"Il gruppo della Carrera anche negli anni ’5O e ’6O sentiva la corsa per tutto l’anno. Appena finiva la gara, già si lanciavano sfide e si pensava a come poter vincere quella del settembre successivo. ln quel periodo non c’erano molte possibilità economiche, ma chi era nel gruppo della macchinina si faceva in quattro per arrivare a vincere la Carrera. C’erano anche delle piccole rivalità, come dar la "paga" a quello che non era venuto a spingere la nostra macchinina, scegliendo un’altra squadra (Piana): che gusto! Ricordo anche che c’erano squadre, come la Scuderia Marchetti, che si preoccupavano poco dell’aerodinamica ed avevano il pilota a busto quasi eretto, mentre noi con il “Siluro" cercavamo d’essere più veloci possibili, grazie anche all’aiuto dello sponsor Benassi. In alcune squadre c’erano “bestioni" con una forza maledetta, ma poi sprecavano tutto con una macchinina poco scorrevole".

"Ah, il Siluro... (sospiro e occhi luccicanti, nda). Era fatto con un serbatoio di carburante di un aereo della seconda guerra mondiale, come quello della macchina di Piana, ma noi lo lavorammo, lo riducemmo rispetto al "pancione" che era, rendendolo più filante. Però voglio lasciare anche un po' di spazio alla leggenda, nel senso che il Siluro deve aver avuto qualcosa di “magico" che neppure noi siamo mai riusciti a spiegarcelo. Il Siluro non aveva di certo gli ammortizzatori. .. ma per me era come ce li avesse! ln tanti provarono a copiarlo, come Silvano Bortolotti con la pur veloce “Gialla”, ma non riuscivano a batterci. Mettemmo a posto anche la "vecchia" macchina dei primi anni, la "Nonna” e spesso riuscimmo a fare la "doppietta", come la Ferrari d’oggi. Nel periodo del Siluro, nacque, nel 1957, il discorso dei “Rioni". Il Comitato festeggiamenti pensò di dare una bandiera e le canottiere colorate ad ogni rione castellano iscritto. Noi eravamo il “Rione Montagnola", con bandiera rossoblu e canottiere azzurre.

C’erano il Rione Borgo, Cassero, Torrione, Pelacano, Baruffa, Scania, Riniera e Collina. Noi vincevamo sia lungo viale Terme (corsa dal 1958), sia in centro storico. Correvamo noi Casadio Loreti: io, mio fratello Concetto detto “Tino" e mio cugino Cesare. Ci chiamavano i “Lungòn , mentre alla guida c’era Leo Cerè, lo zio di Renzo che ha poi fondato e guidato la "Nera". Nessuno di noi era un atleta, ma c’era tanta passione, tanta voglia di fare. Tra gli spingitori avversari più forti c’erano Eraldo Mongardi (figlio di “Beppino", calciatore del Castello) che correva per la Scuderia Marchetti, Elio Casadio e gli "stranieri” portati da Ferdinando Reggiani, alcuni dei quali corsero per noi. Dopo quattro "doppiette" consecutive (dal 1958 al 1961 vincitori nella Coppa Terme e nella Carrera autopodistica, nda), avevamo deciso di chiudere nel 1962 con la Carrera, se avessimo centrato la quinta doppietta, ma il Rione Riniera ci rovinò la festa e allora.... Fummo costretti a correre anche nel 1963, per ribadire la forza del Rione Montagnola e del Siluro: vincemmo sia alle terme, sia in piazza, totalizzando 12 vittorie in 10 edizioni".

Dal libro “Mezzo secolo di Carrera” a cura di Sauro Dalfiume

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